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lunedì, 31 marzo 2008

Domenica 30 marzo a Varallo (VC) gli animali domestici hanno “invaso” la piazza principale della cittadina valsesiana.

 

Mucche, capre, galline, asini e maialini si sono presentati ai bambini nella rappresentazione della Fattoria in città. E’ stata l’occasione per conoscere il mondo agricolo, provare insieme agli allevatori cosa vuol dire accudire gli animali, fare il formaggio o giocare nel laboratorio didattico.


 

I bambini sono stati protagonisti nella lavorazione dello yogurt, aiutati dai bravi casari valsesiani, poi fatto assaggiare a tutti i presenti; abbinato al miele il risultato è stato sorprendente tanto da invitare al bis.

A corollario le principali aziende agricole valsesiane hanno esposto i loro prodotti, sempre sinonimo di qualità: yogurt, formaggi, latte, miele, salami sono il risultato eccellente di questo territorio.

 

Varallo ha ancora una volta richiamato molti turisti, ma soprattutto si è data la possibilità ai più giovani di vivere una giornata a contatto con gli animali, che vuol dire una giornata a contatto con la montagna di tutti i giorni, non solo quella degli sci o degli alberghi.

postato da: JohnDeere alle ore 19:51 | Permalink | commenti (2)
categoria:animali, fiere, valsesia
venerdì, 25 gennaio 2008
Carlac ha un bellissimo blog, con sempre tanti commenti e complimenti; poi ogni tanto arrivo io e rovino l'armonia... credo che il giorno che mi troverà per strada me le darà di santa ragione!
Oggetto del contendere è lo scoiattolo grigio: Carlac ha fatto una bellissima foto ma il mio commento è stato di disappunto. Motivo qui sotto la mia posizione a riguardo:





Tratto da:

http://www.officine.it/move/trend/biancardi.htm

E' arrivato in Italia nel secondo dopoguerra, insieme al chewing-gum, al be-bop e a Humphrey Bogart, ma la sua opera di lenta "invasione" e' passata perlopiu' inosservata. Stiamo parlando dello Scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis), una specie originaria degli Stati Uniti orientali.

Come e' arrivato in Italia lo Scoiattolo grigio? Anche la sua storia ha a che fare, in un certo senso, con gli avvenimenti socio-politici legati alla fine del secondo conflitto mondiale. Fu infatti un diplomatico italiano, l'Ing. Giuseppe Casimiro Simonis di Vallario, che, trovandosi in missione nella capitale statunitense per la definizione di accordi economici, noto' la simpatia e la socievolezza degli scoiattoli presenti nei parchi cittadini; correva l'anno 1947, e la primavera dell'anno successivo si fece spedire 2 coppie di scoiattoli con l'intento di liberarli nel parco della propria villa di Candiolo, nei pressi di Torino. Una coppia fu subito liberata ed immediatamente fuggi' per i boschi, la seconda, tenuta precauzionalmente in gabbia, riusci' a fuggire ma rimase nel giardino di villa Simonis e li' si riprodusse. Da allora lo Scoiattolo grigio si e' diffuso su un area pianeggiante a sud-ovest di Torino, compresa fra il Po e i primi contrafforti alpini, che oggi ammonta a circa 250 Kmq, ma in lenta e continua espansione.
Ironia della sorte, gli esemplari rimasti a villa Simonis (erano 12 nel 1974) furono abbattuti a fucilate nel 1977 per i danni arrecati alle piante da frutto.

Non abbiamo ancora chiarito perche' ci interessa questa storia ne' perche' parliamo di "nemico americano". Per farlo dobbiamo introdurre il co-protagonista di questa vicenda: lo Scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris).

Quest'ultima specie, il "nostro" Scoiattolo, e' l'unica indigena in Europa.



I due scoiattoli presentano differenze morfologiche: piu' grosso e massiccio il "parente" americano (25-27 cm testa-corpo contro 19-22 cm; 550-650 g di peso contro 250-300 g), che è anche meno legato alla vita arboricola e meno esigente in fatto di alimentazione; puo', grazie alla maggior flessibilita' e capacita' di sfruttamento delle risorse, arrivare a densita' di popolazione molto superiori rispetto ai valori tipici dello Scoiattolo rosso (4-6 individui/ha contro 0.5-1.5).
Tenendo conto che entrambe le specie possono colonizzare gli stessi ambienti e utilizzare le stesse risorse trofiche (ovvero le stesse fonti alimentari) e logistiche (gli stessi siti di nidificazione) si può comprendere come nella inevitabile competizione che ne seguirebbe la specie nord-americana sarebbe sotto molti versi avvantaggiata. Ecco dunque il punto. In condizioni naturali la competizione e' impossibile, poiché le due popolazioni occupano territori ben distinti: i boschi, soprattutto di latifoglie, del nord-est americano l'una e i boschi, di conifere e latifoglie, dell'Eurasia l'altra; ma oggi le condizioni naturali sono state alterate, in maniera insensata, dall'uomo e, nelle zone attualmente occupate dallo Scoiattolo grigio, il concorrente Scoiattolo rosso e' in declino se non addirittura scomparso.

In Europa esiste effettivamente un precedente piuttosto preoccupante: in Gran Bretagna lo Scoiattolo grigio fu introdotto come animale ornamentale per parchi e giardini a partire dal 1876. Le immissioni continuarono fino al 1929, quando ci si accorse, pur non conoscendo i meccanismi di fondo del fenomeno, di un fatto inconfutabile: gli scoiattoli grigi stavano conquistando aree sempre piu' vaste, dalle quali scacciavano gli scoiattoli rossi il cui numero stava declinando in maniera paurosa. Oggi lo Scoiattolo grigio occupa stabilmente tutta l'Inghilterra e il Galles, parte della Scozia e una parte dell'Irlanda, intorno a Dublino. Lo Scoiattolo rosso e' relegato nelle foreste di Pino silvestre della Scozia e nella restante parte dell'Irlanda.

Il grido d'allarme di ricercatori ed esperti e' giustificato dal fatto che, se non venisse circoscritto, questo fenomeno potrebbe avere conseguenze disastrose prima di tutto per lo Scoiattolo rosso, ma anche per il patrimonio forestale, poiché lo Scoiattolo grigio, per la sua voracità e per l'alta densità di individui per ettaro nelle sue popolazioni, può provocare danni considerevoli alle specie arboree, decorticando gli alberi allo scopo di raggiungere la linfa, e alle coltivazioni. Dal lato gestionale, invece, interventi volti a limitare l'espansione dello Scoiattolo grigio sono allo studio dell'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica. Tra le misure proposte vi e' la cattura e la soppressione degli animali, cosa che ha provocato le ire di gruppi zoofili e animalisti. Tuttavia anche alcune associazioni protezionistiche hanno dovuto convenire sul fatto che, per evitare disequilibri dannosi all'intero ecosistema che con la sparizione di una specie autoctona sarebbero inevitabili, si possano prendere provvedimenti di una certa drasticità.


Il sito del Ministero dell'Ambiente (!!!) scrive a proposito:

Lo Scoiattolo grigio rappresenta un serio pericolo in quanto arreca gravi danni agli alberi che scorteccia ed ai raccolti di alcune colture specializzate (noccioleti), ma soprattutto perché compete con la specie autoctona Sciurus vulgaris che soppianta laddove si insedia; inoltre è un abile predatore di uova e nidiacei. E' auspicabile una immediata e completa rimozione di questa specie dal territorio nazionale.


Esiste anche una petizione:

http://www.ecoitaly.net/sva/scoiattolo_firma.htm


postato da: JohnDeere alle ore 08:19 | Permalink | commenti (16)
categoria:animali
lunedì, 15 ottobre 2007

Posto questa intervista a Elio Pulzoni direttore del Parco naturale Gran Bosco di Salbertrand, di cui conoscevo i contenuti (condivisi) e che ho trovato su internet (www.zai.net). Le foto degli abeti divorati sono invece mie....


Salva un albero, mangia un cervo


Detto così, in tutta la sua provocatoria crudezza, lo slogan ideato da Elio Pulzoni, direttore del Parco naturale Gran Bosco di Salbertrand, può scandalizzare molti ecologisti "benpensanti". In realtà, rappresenta una risposta e indica una via di soluzione ad un grave problema che affligge le foreste dell’Alta Valle di Susa. "Lo slogan - spiega Pulzoni - è stato mutuato da un’analoga provocazione di alcuni operatori canadesi, "Salva un albero, mangia un castoro": vogliamo cioè sottolineare come non ci possa permettere il lusso di essere volta per volta "animalisti" piuttosto che "vegetalisti", ma che un vero ambientalista è obbligato a considerare l’intero ecosistema nella sua complessità e questo porta spesso a scelte difficili che coinvolgono la sfera dei nostri sentimenti istintitivi."



 


L’origine della questione risale ai primi anni ’60 quando l’assessorato alla Caccia della Provincia di Torino immise nell’allora Oasi del Gran Bosco (oggi Parco) 10 cervi e 40 caprioli al fine di favorire il ripopolamento. In assenza di predatori naturali come il lupo, almeno fino ad oggi, questi erbivori si sono moltiplicati fino a raggiungere ai giorni nostri il numero stimato di oltre 1.400 cervi e 1.000 caprioli. "Il dato in se stesso potrebbe essere letto in maniera positiva - continua il direttore del Gran Bosco - se non fosse per le conseguenze implicite in esso. Il Parco è nato per proteggere una foresta di abeti, ma la massiccia presenza di ungulati ne mette in discussione la salvezza." In origine i branchi si spostavano stagionalmente dai quartieri estivi, le foreste situate alle pendici delle montagne, ai quartieri invernali a fondovalle. Oggi però questi territori di svernamento sono stati occupati dall’uomo, così questa specie si trova costretta a vivere anche in inverno nella foresta e nella fascia di bosco contigua con il fondovalle. Ed è proprio il bosco a subire i danni maggiori dalla presenza degli ungulati, i quali si nutrono nella stagione fredda principalmente di cortecce e di gemme di latifoglie, di aghi di conifere e di germogli. Viene così distrutto il patrimonio più importante del bosco: quelle giovani piantine che devono garantirne la continuità nel tempo.




"Come sempre - continua Pulzoni - il problema gestionale è un problema di equilibrio. Noi dobbiamo cercare di raggiungere il giusto rapporto tra numero di cervi e superficie utilizzabile che permetterebbe l’esistenza di questa popolazione di selvatici senza causare danni al patrimonio forestale.



 


In un ambiente come il nostro la presenza di cervi potrebbe essere di circa due capi su 100 ettari, invece adesso è quantificabile, in inverno, sugli otto capi. Un peso troppo grande per il territorio. Per ora non sono state trovate soluzioni concrete alternative all’abbattimento: spostare un numero consistente di capi, ammesso che qualcuno ci desse le risorse per farlo, è impossibile perchè in tutta Europa esiste lo stesso dramma e non si saprebbe dove metterli. La sterilizzazione, oltre ad essere impraticabile, la trovo una sorta di tortura molto discutibile sul piano etico. Altrove, per affrontare situazioni analoghe, hanno tentato o messo in atto avvelenamenti o stragi di massa: credo che un colpo di carabina di precisione sia molto meno cruento ed in fondo più ecologico." Per questo da alcuni anni all’interno del Parco naturale Gran Bosco si pratica l’abbattimento selettivo con la collaborazione dei cacciatori che pagano per tale partecipazione. "Voglio sottolineare - conclude il direttore dell’ente Parco - che gli abbattimenti all’interno della zona protetta vengono condotti sotto il diretto controllo dei guardiaparco, che portano il collaboratore sul branco e indicano il capo da abbattere. Per noi il cacciatore è quasi soltanto una prolunga del fucile. La differenza sta nel fatto che in questo modo l’ente Parco riesce a raccogliere fondi per finanziare altre iniziative di protezione."


 

Per ora, quindi, non resta che adattarsi e sfruttare a fin di bene la cruda necessità di una pratica come quella dell’abbattimento, necessaria per limitare i danni causati in fin dei conti dall’uomo stesso.

 Ernesto G. Castelli


postato da: JohnDeere alle ore 13:30 | Permalink | commenti (4)
categoria:animali, boschi
giovedì, 13 settembre 2007
Un piccolo abitante della foresta in difficoltà; mi è spiaciuto molto trovarlo tremolante lungo il sentiero, con una bastardissima mosca che gli ronzava intorno.




E' il corso della natura, in cui resiste il più forte. Forse è proprio stato abbandonato dalla mamma: abbiamo cercato la sua casa, ma non l'abbiamo vista.




Probabilmente il piccolo abitante della foresta ha già trovato un bosco migliore, con alberi alti e pieni di ghiande...
postato da: JohnDeere alle ore 15:59 | Permalink | commenti (2)
categoria:animali
lunedì, 30 luglio 2007
E' camminando per le valli, vuoi per lavoro o per diletto, che capisci come gira il mondo e come quello del marghè sia un lavoro duro.
Quando poi i cinghiali decidono di venire a trovarti sui pascoli tutto si fa più difficile...



Da lontano tutto sembra normale...



... invece....



postato da: JohnDeere alle ore 08:24 | Permalink | commenti (1)
categoria:animali, alpeggi
sabato, 09 giugno 2007
Di ritorno da una due giorni in Francia a vedere legname e da un seguito al Parco Naturale del Monte Avic, credevo di tornare a casa e avere molte cose da postare.
Invece, a 4 km da casa mia, sul ponte del Po di Crescentino, mi ritrovo circondato da un mare bianco di pecore: il PASCOLO VAGANTE!!



Passa il pastore e lo riconosco subito!
"Ehi! Ma te sei l'amico di Marzia!" gli grido dalla macchina.
"Sì!"
"Ho letto tutte le tue vicende sul libro!"
"Ma va dai!" mi risponde, sempre continuando a guidare il gregge. "Chi sei?" mi chiede:
"Marco 'd Brusasch. Ciao!"
"Ciao!" e gira nella polverosa sterrata.


Un "incontro" fugace ma per me intensissimo: il mondo rurale, porco miseria esiste - resiste! Alla faccia degli automobilisti scocciati sul ponte.
Ero quasi emozionato, contentissimo di vedere quello spettacolo che ormai abitualmente leggo su internet.
Beh, Marzia tu hai capito subito chi è, vero?
postato da: JohnDeere alle ore 12:22 | Permalink | commenti (6)
categoria:animali, pascolo vagante
domenica, 06 maggio 2007

La leggenda fa nascere il basilisco da un uovo deposto di tanto in tanto da un gallo anziano. L’uovo deve essere covato da un rospo, processo, questo, che può impiegare fino a nove anni. Nell’Europa dell’età medievale, la descrizione della creatura cominciò così ad inglobare caratteristiche proprie dei galli.

Il basilisco è velenosissimo ed è in grado di uccidere con il solo sguardo. Qualunque essere vivente entri in contatto con il suo fiato o morso, muore sul colpo. Secondo alcune leggende medioevali, se un cavaliere cercava di colpire il basilisco con la lancia, il veleno vi si infiltrava immediatamente uccidendo cavallo e cavaliere.

La foto è sfocata perchè fatta in tutta fretta!

 

Con il passare del tempo, grazie al moltiplicarsi di storie, le sue capacità letali continuarono ad aumentare, comprendendo l’abilità di sputare fiamme e quella di uccidere solo con il suono della sua voce, oltre alle sue sempre crescenti dimensioni.

Nonostante la loro apparenza invincibile, i basilischi hanno un nemico mortale: il gallo, il cui canto gli è letale. Un basilisco può inoltre essere ucciso anche facendolo specchiare in modo che sia il suo stesso sguardo ad ucciderlo. La sua vita media è di qualche centinaio di anni.

 

Il basilisco è in realtà un piccolo rettile, lungo meno di trenta centimetri e nonostante questo rimane la creatura più mortale in assoluto.

E’ chiamato anche “Re dei serpenti” a causa della cresta a forma di mitra che ha sulla testa.

Oggi il suo areale si è alquanto ristretto, ma ne è certa la presenza nei boschi del Nord Piemonte.

postato da: JohnDeere alle ore 17:33 | Permalink | commenti
categoria:animali, montagna
mercoledì, 02 maggio 2007

Con il presente articolo aderisco anche io alla campagna per la salvaguardia del Dahu.

Il Dahu è l'animale che si è meglio adattato alla marcia a mezza costa in montagna, le gambe a valle più lunghe di quelle a monte gli consentono una eccezionale stabilità sui pendii ripidi.

Si divide in due famiglie, i destrogiri e i levogiri a seconda delle gambe più corte; a causa di questa sua caratteristica fisica, ovviamente,  è costretto a girare sempre attorno alla montagna nello stesso verso. I dahu destrogiri camminano in senso orario mentre i dahu levogiri camminano in senso antiorario. Per questo motivo le due specie non possono incrociarsi tra loro: l'accoppiamento risulterebbe alquanto difficoltoso.

La tradizione vuole che esista un sistema molto facile ed efficace per catturarlo: bisogna sorprenderlo alle spalle e urlare ad alta voce "DAHU!", l' animale, molto curioso di sua natura, si gira per vedere chi lo ha chiamato e - trovandosi improvvisamente con le zampe più corte sul lato a valle - rotola giù dalla montagna, finendo dritto nel sacco del cacciatore che lo aspetta sotto.

 


Destrogiro


Il dahu appartiene al nostro patrimonio faunistico e culturale alpino, specie nelle zone francofone. Vista la sua presenza in varie culture e epoche è spesso citato anche come dahut, daru, darou, dairi ecc.

Levogiro

 

Il Dahu è stato scelto come simbolo dell' Universiade Invernale di Torino 2007. Tuttavia in quel contesto è stato rappresentato in modo difforme dalla tradizione, con postura eretta e arti simmetrici.

 

Le foto in bianco e nero sono tratte da:

www.manoir-de-bellecombe.com/dahu/dahu.htm

 

Informazioni interessanti le ho trovate su:

http://virusx.altervista.org/Dahu.htm

postato da: JohnDeere alle ore 16:48 | Permalink | commenti (1)
categoria:animali, montagna